Quaderni Radicali

 
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Eutanasia: vita e morte dignitosa - Autonomia, decisione, responsabilità

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Quello che segue fa parte degli atti di un Forum che Quaderni Radicali, in collaborazione con l'associazione "Amici di Quaderni Radicali", ha realizzato il 13 dicembre 2000. 
 
Con l’associazione “Amici di Quaderni Radicali”, abbiamo voluto questo incontro sul tema dell’eutanasia, anche perché «QR» è una rivista politica, e questo problema dell’eutanasia sta subendo una forma di accelerazione. Siamo infatti passati da una condizione di tolleranza nei confronti dell’eutanasia su quelli che sono i casi che più colpiscono l’opinione pubblica, e sostanzialmente la nostra sensibilità, a una fase diversa perché ci sono alcuni Paesi, come l’Olanda, che hanno iniziato a dar vita a una legislazione in questa materia.

Pertanto, il problema si è trasferito a livello politico istituzionale di un Paese della Comunità Europea ed è destinato a diventare tale anche nel nostro Paese. E presto interesserà la cittadinanza nella sua totalità.
Il discorso sull’eutanasia è,come tutti sappiamo, un discorso estremamente complesso. Qui intendo articolarlo in alcuni punti, sperando di essere il più chiaro possibile. Il primo punto, visto da una prospettiva, diciamo così un po’ personale, è secondo me quello della decisione, della responsabilità. Dal mio punto di vista, è chiaro che – in una concezione laica, qual è rispecchiata nei nostri codici – c’è l’autonomia del soggetto della propria vita, della propria esistenza, per cui assume particolare rilevanza, nei confronti del malato che si trova in certe condizioni, il cosiddetto testamento biologico.

Si tratta di una dichiarazione scritta, recente o anche meno recente, nella quale il dichiarante comunica che nel caso si venga a trovare in situazioni di malattie irreversibili, in situazioni nelle quali le cure non possono sortire nessun effetto, cusandogli sofferenze particolarmente gravi, lui è favorevole ad essere soppresso. Naturalmente questa posizione confligge con una di carattere religioso, perché sappiamo che nelle culture religiose in genere, e soprattutto nella nostra cultura cattolica, anche qui in Italia, la vita non è un diritto, la vita è un dono di Dio e la persona singola non ne dispone.

Nasce subito, a questo punto, un altro problema, cioè il problema della rappresentanza, che in questo caso va al di là della cosiddetta incapacità di agire, ma tocca veramente la stessa incapacità di intendere e volere. Si tratta di vedere fino a che punto una persona alla quale è stata affidata la tutela della persona malata, possa ritenere di avere il diritto di prendere un certo tipo di decisioni. Questo è un punto delicato, che si propone quando il soggetto malato non è in grado di potersi esprimere o si trova in coma irreversibile.

Naturalmente il problema dell’eutanasia, che è un po’ in questo senso simile a quello dell’aborto, è un problema che non coinvolge soltanto il soggetto che decide di morire, perché è chiaro che se il soggetto può procurarsi la morte da solo è un discorso; se invece c’è qualcun altro che gliela deve procurare, il discorso diventa un altro. In tal caso, entra in discussione il problema dell’etica del medico, l’etica normale della medicina. Per un medico è normale salvaguardare la vita dei suoi pazienti e non procurarne la morte: questa è l’obiezione fondamentale che spesso viene dagli ambienti professionali.

Si tratta però di vedere anche che genere di vita si è in grado di salvare. Oggi, il problema diventa particolarmente acuto e particolarmente complesso per il fatto che esistono delle tecniche e delle strumentazioni, che consentono di mantenere in vita una persona supplendo a quelle che sono le funzioni fondamentali per rimanere in vita: la nutrizione, la circolazione, la respirazione… a tutto questo si supplisce con delle macchine, quando l’organismo di una persona non sarebbe da solo in grado di compiere almeno queste funzioni vitali.

Da ciò derivano tutta una serie di punti controversi, perché evidentemente è diverso, anche per chi deve compiere una certa operazione, staccare semplicemente la spina di un apparecchio oppure praticare un’iniezione letale. Ce ne rendiamo conto tutti: sono due cose estremamente diverse. Un altro aspetto riguarda le finalità che ci si propone di conseguire. In primo luogo, occorre rispondere alla domanda: se e fino a che punto sia lecito mantenere in vita, anche con tutte queste strumentazioni che ci offre la tecnologia dei nostri tempi, un individuo ridotto ad una pura e semplice condizione vegetativa. Questo è il problema: la vita, che il medico intende salvare o deve salvare, può essere ridotta semplicemente a un cuore che batte, o che magari neanche batte, ma viene fatto battere da una macchina? Né va trascurato un altro risvolto: spesso, si tratta di un individuo che passa le sue giornate in mezzo a sofferenze infinitamente atroci.

In questo quadro delle finalità, si deve tener conto anche di un profilo che non in genere non è preso in considerazione. Giorni fa, mi ci faceva riflettere proprio il direttore di «Quaderni Radicali», il nostro amico Giuseppe Rippa. Esiste anche un problema, chiamiamolo così, di ordine economico e questo non deve affatto scandalizzare. Mi spiego con un esempio molto banale: se noi ci troviamo in un villaggio deserto e succede un cataclisma e c’è un unico ospedale con quattro medici, con poche attrezzature, non è possibile che venga una persona che voglia monopolizzare a favore di se stesso, della moglie o del figlio in condizioni gravi, le attrezzature umane, tecniche, finanziarie di questo istituto ospedaliero solo per sé. È un discorso che, in questi termini, può sembrare banale, ma esiste anche a livello delle grandi strutture, dei grandi servizi sanitari nazionali, perché una persona, se ancora si può chiamarla tale, per essere mantenuta in vita – una vita meramente vegetativa, una vita che non è destinata ad altro che a morte sicura – comporta un impiego di risorse umane e finanziarie veramente enormi (si parla di centinaia di milioni per ogni mese). Anche questo è un aspetto da tener presente nel quadro generale delle considerazioni che sono destinati ad ispirare i futuri passi nel campo legislativo.

L’ultimo punto concerne il problema delle legislazioni, chiamiamole, così permissive. Va stabilito un complesso di norme, attraverso le quali poi certi principi fondamentali che sono quelli alle quali la collettività vuole dare una risposta, debbono tradursi in una serie di cautele che ne garantiscano l’attuazione. Non credo che sia giusto, quando si parla di questi problemi tirare in campo i nazisti, perché noi ci muoviamo su piani completamente diversi. Nonostante vi fosse in materia nella Germania degli anni ’30 una legislazione proibitiva, per cui chi provocava un suicidio o vi assisteva compiva senz’altro un reato, i nazisti o sicuramente una parte di essi, rispondevano tuttavia ad una ideologia tesa a selezionare nella società ariana i puri e razzialmente eletti. Storpi e malati erano pertanto considerati razzialmente sbagliati.

Noi ci muoviamo in una dimensione etica completamente diversa. Le norme della legislazione olandese prevedono, ad esempio, che a decidere non sarebbe mai soltanto un medico – è questa una delle indicazioni fonadamentali – ma un collegio di tre medici. Il che rappresenta una forma di garanzia notevolmente avanzata.
 
 
Dossier: Eutanasia: vita e morte dignitosa (da Quaderni Radicali 73/74/75 Gennaio-Giugno 2001)