Quello che segue fa parte degli atti di un Forum dal titolo Eutanasia: vita e morte dignitosa che Quaderni Radicali, in collaborazione con l'associazione "Amici di Quaderni Radicali", ha realizzato il 13 dicembre 2000.
Ringrazio quanti sono qui per aver aderito alla nostra richiesta, nonostante i tempi ridotti con i quali abbiamo organizzato questo convegno che risponde ai fatti nuovi che vengono dall’Olanda, il cui Parlamento ha approvato una nuova legge sull’eutanasia. Su questo tema così controverso, intervengono da un lato aspetti politico-giuridici e dall’altro divisioni di carattere religioso fra credenti e laici. Questa duplice prospettiva attraversa l’ottica e la linea di condotta dell’Europa tutta, determinando di volta in volta nell’opinione pubblica punti di incontro e scontro fra due modelli di società, perché tutta la storia della cultura europea ed occidentale in fondo si dibatte nella contrapposizione tra una visione giuridica che punisce senz’altro l’uccisione degli individui e la complessità – in primo luogo sociale – del rispetto che si deve per gli individui stessi e la loro autodeterminazione.
La ragione del diritto, dei codici soverchia l’uomo, finendo talora per prescindere dalla libertà. Parlando di eutanasia, la libertà riveste un ruolo centrale. Con lo sviluppo storico, la libertà è un concetto che ha perso il suo valore intrinseco e – forse – oggi rischia di svanire totalmente dall’orizzonte umano. Il libero arbitrio dell’individuo – questa grande scoperta dell’universo cristiano – rappresenta la pietra di paragone alla quale riferirsi, quando prendo la decisione di svolgere la mia vita in maniera dignitosa. Della dignità di vita occorre tener conto anche a proposito di questa tematica: non è in gioco la dignità di morire, quanto la dignità di vita del singolo, dell’essere umano responsabile di sé stesso, liberamente, di fronte alla natura. Il che non significa, ovviamente, prescindere dal fatto religioso in sé e per sé. Al tempo stesso, però, non penso che la sofferenza in dell’essere umano porti a un avvicinamento alla dimensione trascendente; l’espiazione della sofferenza non porta molto lontano.
Dall’Olanda ci giungono dati che registrano circa mille casi di eutanasia l’anno. Occorre però distinguere, perché la legislazione oggi approvata riguarda l’eutanasia in senso stretto, mentre in precedenza esisteva una normativa che escludeva la condanna del medico che effettuava la cosiddetta “dolce morte”. Anziché accettare il “fatto” eutanasia, si preferiva evitare di perseguire chi la favoriva. Oltre all’Olanda anche altri Paesi si muovono su questa stessa onda: troviamo in questo senso la Svizzera, la Danimarca, l’Oregon e l’Australia. In Italia registriamo una divaricante pratica di legge tra l’art.32 della Costituzione ove si riconoscono determinati diritti del malato e – più in generale – dell’essere umano, e l’art.186 del Codice Penale che prevede la condanna del medico o della persona che aiuta il suicidio o favorisce lo stato di avanzamento della morte di una persona. Al contrario dei Paesi prima citati, in Italia dev’essere ancora considerata l’ipotesi di una depenalizzazione, dal momento che le leggi in vigore interpretano ancora come un atto criminoso, un atto che forse è più morale di tanti altri.
Per quanto riguarda l’Olanda, andrebbe precisato che la Commissione istituita nei primi anni ’90 aveva indicato tra i 2000 e gli 8000 i casi di eutanasia, da intendersi non solo in senso stretto ma anche come suicidio assistito.
Da un punto di vista sociologico, occorre tener presente che le richieste di eutanasia “naturalmente” crescono in virtù della pubblicità del fatto sociale. Oggi, l’ostacolo di maggior rilievo alla pratica dell’eutanasia proviene sicuramente dall’influenza delle credenze religiose. Ma anche la religione è un costrutto sociale dell’uomo stesso. Oltre la religione, comunque, sul fenomeno intervengono a mio avviso altri due fattori: il ruolo svolto dai mass media – nel senso della loro influenza nel porre correttamente o meno i termini della questione – e, quindi, il rispetto dovuto alla dignità umana.
Quest’ultimo cresce a partire da un riconoscimento della società: l’uomo è dignitoso nel momento stesso in cui il suo atteggiamento sociale è riconosciuto dalla società come tale. Se la dignità umana dipende dal fatto che deve essere riconosciuto, legittimato dall’uomo, dalla società, allora l’uomo ha l’obbligo di fronteggiare questi fatti per verificare il suo grado di dignità. Evitare di farlo, condurrebbe solo ad ignorarli ma non ne cancellerebbe certo l’esistenza nella realtà.
La questione dell’eutanasia è in genere collegata alle malattie terminali. È necessario tuttavia distinguere fra almeno tre tipi di malati terminali: vi sono i malati di cancro, i malati terminali di altra natura e infine i malati costretti in stati vegetativi permanenti. Si tratta di tre fenomeni sociali nettamente differenti e nel caso specifico degli stati vegetativi permanenti è improprio parlare di eutanasia, ma ci si può appellare solamente a quello che la legge prevede.
Mi riferisco a quelle norme deontologiche entrate a far parte delle Carte dei diritti, che riconoscono l’accanimento terapeutico come un atto volontario che possibilmente può interrompersi a fronte della volontà espressa a prioridel paziente. Nel caso pero degli stati vegetativi permanenti questo non si può fare e quindi a questo punto tocca rifarsi alla massima cartesiana del Cogito ergo sum. “Penso, dunque esisto”; ma nel momento in cui non penso dove sono? La salvaguardia dell’anima non può insomma prescindere dall’effettiva funzione del pensiero. E, d’altra parte, se la morte è un momento di passaggio che – dal punto di vista dei credenti – conduce a un finalmente realizzato innalzamento dello spirito, perché questa morte dovrebbe spaventarci così tanto? L’idea della sacralità della morte dovrebbe avere la stessa dignità, lo stesso potere del concetto della sacralità della vita: altrimenti prevarrebbe su di noi un sentimento tutto egoistico e terreno che poco avrebbe a che fare con una dimensione spirituale dell’esistenza.
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In queste ultime settimane, l’attenzione dei mass media è caduta sul caso di Eluana Englaro, una giovane donna di Lecco che da otto anni giace in un letto di ospedale dopo un gravissimo incidente. La sua è una condizione puramente vegetativa ed è tale da quando aveva ventuno anni.
Sono andata a trovarla personalmente. Prima non avevo idea di cosa significasse lo stato vegetativo permanente. Ho così scoperto che non è un coma. Sin dal momento dell’incidente, i medici le hanno riscontrato la morte corticale. Scientificamente, essa si distingue da quella cerebrale perché non prevede la morte totale dell’individuo, ma solo la morte di una parte di corteccia del cervello.
In ogni caso, le funzioni vitali sono totalmente annientate per quel che riguarda l’elaborazione di un pensiero sebbene nessuno scienziato si sia chiaramente pronunciato. Vi è la totale assenza di tutte le funzioni vitali, ma a differenza di quel che pensavo non è attaccata a nessuna macchina. Ha solamente una paresi che le ha danneggiato la seconda vertebra della colonna vertebrale: quindi ha sia le mani ritenute, che le gambe in posizione equina, non riesce assolutamente in alcun modo a stare né eretta, né tanto meno seduta.
Attualmente ha bisogno di un’assistenza continua e permanente da parte del personale che l’aiuta a non far marcire questo corpo. Deve essere girata di frequente ed è alimentata da un sondino nasogastrico. La madre di Eluana chiama il contenuto del sacchetto di plastica, che le è attaccato al braccio, la “pozione magica”. Questa “pozione”, dalla mamma di Eluana odiata più che mai, le viene iniettata direttamente.
La cosa che mi ha turbata di più, è stato vedere le foto nella camera d’ospedale di Eluana che rappresentavano una donna in crescita, una persona normalissima nel pieno della sua vitalità. Oggi è invece un vegetale: mi è sembrato come vedere il corpo di una persona che è morta nove anni fa. E questo, in realtà, io voglio credere, perché inorridisco al pensiero di una persona di 29 anni ridotta in questo stato.
Il papà di Eluana, Beppino, ultimamente sta portando avanti, una battaglia legale, per cui si è fatto tutore della figlia per il riconoscimento di un diritto che la nostra legislazione prevede, ovvero l’interruzione dell’accanimento terapeutico attraveso il cosiddetto “dissenso informato”.
In sostanza, si tratta di un iter legislativo che la nostra legislazione prevede nel momento in cui vogliamo avvalerci o meno di una cura. Nel caso di Luana, e nel caso di altri 1500 malati come lei in Italia, riconducibili cioè a stati vegetativi permanenti, non ci si trova di fronte a persone collegate a delle macchine. Si tratta di persone con gli occhi aperti, perché le uniche funzioni vitali sono quelle nervose.
Nel caso di Eluana è subentrato da parte dei medici un vero e proprio delirio di onnipotenza: l’apparato medico pretende di mantenere in vita chi dalla vita è ormai staccato.
Quanto è accaduto a Eluana Englaro può capitare ad ognuno di noi: i medici stanno perpetuando questa agonia e negano il riconoscimento del diritto all’elaborazione di un lutto da parte dei genitori. Oggi, vedendo la madre e il padre di Eluana, vediamo gli spettri di sé stessi, perché essi non hanno avuto neanche la fortuna di andare a piangere sulla tomba di una figlia. Sono costretti purtroppo a vedere la figlia per quello che non è mai stata: morta, eppure in un corpo che avvolge la pura essenza di un’anima che non c’è più.
Dossier: Eutanasia: vita e morte dignitosa (da Quaderni Radicali 73/74/75 Gennaio-Giugno 2001)






