Quaderni Radicali

 
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Il dono della vita

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Quello che segue fa parte degli atti di un Forum dal titolo Eutanasia: vita e morte dignitosa che Quaderni Radicali, in collaborazione con l'associazione "Amici di Quaderni Radicali", ha realizzato il 13 dicembre 2000. 

Questa sera debbo registrare, con piena soddisfazione, che finalmente la parola del sociologo – e non mi riferisco alla mia, ma a quella della giovane collega Sannella – è stata presa in considerazione in maniera chiara, esplicita per parlare di problemi connessi a questioni di bioetica. Purtroppo nel nostro Paese il sociologo è stato sempre il grande assente dalle questioni di bioetica; abbiamo avuto la presenza di filosofi, medici, teologi financo economisti, ma una scarsa, per non dire quasi nulla, presenza di sociologi. E non è un caso, perché abbiamo in genere cercato di affrontare queste tematiche soltanto da un punto di vista teoretico, senza riuscire a capire e senza voler guardare in quel particolare cannocchiale di Galileo che è la verifica sul campo di quello che effettivamente pensa la gente su questi problemi. Proprio perché sono tematiche forse troppo scottanti, tematiche che per la prima volta riguardano questioni come la vita, la morte e l’amore, cose che tradizionalmente erano state espunte dalla cassetta degli attrezzi sociologica.

La cosa mi ha fatto – dicevo – molto piacere perché soprattutto su una tematica come quella della dolce morte, dell’eutanasia, il discorso deve per forza affrontare la questione, cercando di superare i muri di gomma di un certo dogmatismo, che sembra permeare di sé un’opinione pubblica troppo superficialmente fotografata. Viceversa, se si va al di là della superficialità attraverso gli strumenti e la tecnica della ricerca sul campo si può vedere come molti tabù, molti dogmi, fortemente influenzati evidentemente da un’invasiva presenza del Vaticano nel nostro Paese, sono poi privi di un effettivo legame coi dati reali. Vediamo spessissimo come, dal punto di vista della ragion pratica, le guerre di religione possano essere evitate se solo si dà spazio al buon senso. E non solo il buon senso, ma anche la ragionevolezza fa prendere decisioni che sono molto spesso più avanzate delle nostre stesse discussioni.

Questo, però, non si sa e si registra una sorta di latenza permanente perché l’osservatorio sociologico, il bisturi della sociologia non è ancora entrato nella sfera di quel discorso. Qualche anno fa – molti, in effetti, se si pensa ai tempi brevi, all’onda breve di quelli che possono essere i tempi sociologici – ho condotto a Roma un’indagine su due reparti di malati oncologici terminali di due diversi ospedali: uno di ispirazione religiosa e l’altro di ispirazione laica. È quanto mai importante vedere come lo stesso rapporto in cui si consuma il cuore pulsante di una bioetica in azione, qual è quello del rapporto comunicativo medico-paziente, viene in qualche modo a sciogliersi in decisioni dovute all’autonomia decisionale del paziente. Decisioni fortemente incentrate su quella che è il rispetto per la propria concezione di vita, la propria weltanschaung, nel rispetto delle pluralità dei punti di vista.

Il che significa, evidentemente, che la legislazione, o meglio la vacuità normativa, che impone un dibattito bioetico, è come al solito, molto, molto distante dalla vita reale, anche dalla vita che sta finendo. Quanto ho sentito ultimamente da parte delle correnti più agganciate al dogma religioso nelle ultime settimane, non fa altro che ripercorre liete strade che sinceramente danno un po’ per scontato certe cose, riposano sull’ovvio e sulla tautologia di quello che abbiamo già sentito.

È pur vero che riportano quella che è poi la posizione della Chiesa: la vita come dono. La vita non diritto, ma dono, ma ciò dovrebbe portare a questa conseguenza logica: se qualcosa è un dono, se mi viene regalata, io di quel qualcosa ci faccio quello che mi pare. Il pasticcio logico della vita come dono, sta proprio nel negare poi l’autonomia dell’uso di questo dono.

La vita è dono? La vita non è dono? Non so fino a che punto questo possa interessare su un piano sociologico, su un piano di ricerca empirica, però punto di vista di quella che è la situazione, di quella che è anche la sfera di autonomia decisionale del singolo soggetto, mi sembra più che ovvio che se la vita è un dono, la persona beneficiaria di questo dono, può fare di questo dono quel che crede più opportuno. Se la vita è invece è una cosa trovata per caso, una res derelicta, come direbbero i giuristi, e ce ne si impossessa, così quasi per caso, non vedo che altro si possa fare: se la vita era res derelicta, noi abbiamo con essa un rapporto dopo che diventa di nostra proprietà, se non altro.

Il problema va dunque inquadrato sia da un punto di vista individuale, sia da quello di sistemi sociali che producono quote di opinioni circa il fatto che la vita possa essere un diritto o un dono. Se è un dono, contestare l’eutanasia non avrebbe significato: mi sembra una sorta di contraddizione in termini. Forse che il dono è un dovere? Il dovere è il contrario del diritto.

A questo punto, entrando nel merito della questione, i casi andrebbero esaminati attraverso specifiche distinzioni. Bene ha fatto Alessandra Sannella a costruire una tipologia a tre posizioni distinte, per cui abbiamo malati terminali, ma abbiamo anche la fase in cui la tripode cuore, cervello, polmone, non funziona più, evidentemente a fronte di encefalogramma piatto: il cuore continua a pulsare in maniera artificiale, con l’ausilio di macchine che monopolizzano il campo di intere strutture ospedaliere.

Questa sorta di tripode fisiologica non è un dogma, e in tal caso non siamo in una situazione di sofferenza, bensì in una situazione di assoluta vita vegetativa che però può, sia pure come caso limite, farci vedere qual è il secondo punto delineato nell’intervento di Alessandra Sannella: quello del malato oncologico terminale.

La salute, nella visione che è stata spesso accreditata nella teoria sociologica, è stata vista come un ruolo sociale, come del resto la malattia. È capitato, anzi, che il ruolo sociale del malato abbia fatto anche il paio con il ruolo sociale del deviante, di colui che non adegua la propria condotta a comandi normativi. Il malato è un ruolo sociale, la salute è la normalità, la malattia è la devianza.

Questa sorta di simmetria concettuale ha un sapore quanto mai organicistico ed è stata coniata negli USA, dove c’è stata una forte analogia tra sistema sociale e organismo umano: una vecchia storia che ha avuto inizio da Menenio Agrippa.
Ciò ha significato di fatto che il malato, ma soprattutto il malato oncologico terminale, trascini su sé stesso questa situazione di malattia sociale. Ed ha incoraggiato l’attitudine a non colmare quella storica asimmetria comunicativa che c’è sempre stata tra medico e malato, fin dai tempi del medico stregone. D’altronde, anche il medico sperimentale ha avuto sempre nei riguardi del malato un potere asimmetrico: a farne le spese sono state l’autonomia e la decisione indipendente del malato, soprattutto in certe situazioni in cui questo rapporto è stato declinato in maniera molto aspra, molto drammatica, facendo valere una posizione di supremazia del medico sul paziente. In questi casi, non sempre è emersa la volontà chiara del paziente, spesso velata, dogmatizzata da questo rapporto molto invasivo del medico.

Man mano che si sono sviluppati i vari sistemi sociali a forma di welfare, la salute è diventata un diritto; in una sorta di giusnaturalismo, riappropriarsi della salute è divenuto un diritto naturale. Ma come programma politico, ha significato di fatto colmare questa simmetria anticomunicativa tra medico e paziente e nel colmarla, è venuto fuori – come dai dati della ricerca che abbiamo effettuato qualche anno fa e che è stata pubblicata appunto in un volume intitolato Il muro d’ombra nel ’97 – quella che poteva essere la più genuina visione della vita del paziente. Una visione, ovviamente, tormentata: si tratta di un timido indicatore, come in alta montagna sappiamo che è passato l’orso perché ci sono le impronte, un indicatore molto, molto indiretto che si è molto spesso fatto strada per un terreno veramente impervio, tra momenti di tecnicismo assoluto dal punto di vista del dialogo col medico. Ci si è trovati di fronte molto spesso ad omertà più o meno colpevoli del medico stesso, ovvero a tragiche dichiarazioni molto, molto più traumatiche e che fanno più male di quanto fosse necessario.

Questa maturazione del rapporto medico-paziente, in due strutture ospedaliere così diverse, dal punto di vista della circolazione delle ideologie e del bagaglio dei valori di riferimento, ha fatto sì che rispetto a determinate tematiche come la vita, il vissuto della malattia, il dolore, la morte, non si potesse ovviamente parlare di eutanasia, ma del rapporto con la morte.

Intorno a questo tavolo bisogna dire che mentre noi parliamo, c’è gente che soffre e muore, e questo lo sappiamo bene. Tuttavia, mentre noi parliamo, e spesso possiamo parlare andando avanti per binari paralleli senza incontrarci mai su guerre di religione che impediscono di sciogliere dogmatismi di vario genere, forse, dal punto di vista della ragion pratica, lo scioglimento e la ragionevolezza delle decisioni ci farebbero capire come, tutto sommato, quello che noi oggi leggiamo come un’innovazione forte sul piano legislativo in Olanda, dovrebbe essere una realtà così chiara, così di buon senso, così razionalmente intesa sia per la dignità che per la visione dell’uomo, della malattia, del dolore e delle cose che in qualche modo incombono, non solo su quanti soffrono, ma su quanti potenzialmente possono soffrire e non hanno le redini della situazione.
 
Dossier: Eutanasia: vita e morte dignitosa (da Quaderni Radicali 73/74/75 Gennaio-Giugno 2001)