Quaderni Radicali

 
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Il dovere di vivere

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Quello che segue fa parte degli atti di un Forum dal titolo Eutanasia: vita e morte dignitosa che Quaderni Radicali, in collaborazione con l'associazione "Amici di Quaderni Radicali", ha realizzato il 13 dicembre 2000.

Io ho la parola impropriamente perché non sono un medico, non sono un giurista, non sono un antropologo, non sono un sociologo, sono solo un uomo che viene da lontano, un uomo che ha percorso longitudinalmente, tutto il secolo appena trascorso e ha orrore di quello che accade continuamente intorno a noi. Non ho altro da portare che il mio orrore. Un orrore per quello che sta accadendo anche in questo caso dell’eutanasia.

Ho sentito durante tutti questi decenni, una proclamazione enfatica di principi e di diritti, tutti proclamati per essere continuamente traditi; ho sentito parlare del trionfo della giustizia con la G maiuscola che condanna anche i crimini di guerra, e che riconosce la responsabilità personale anche di coloro che hanno ubbidito agli ordini. Bellissimo principio, ma che uso ne abbiamo fatto? Abbiamo fatto il processo di Norimberga, abbiamo fatto il processo in cui sono stati condannati, in nome di questa giustizia con la G maiuscola, solo i vinti. Era allora molto più morale la posizione di Brenno, che prende il gladio e lo mette sul piatto della bilancia, e dice “guai ai vinti”. Almeno non c’era l’ipocrisia di essere i fautori di principi.

Non parliamo poi del rispetto della persona umana: questo secolo che è alle nostre spalle, gronda sangue, ecatombi, torure spaventose, e adesso andiamo verso qualcosa di molto grave. Non parlo come cattolico, non parlo come laico, parlo solo come uno che è più che mai deciso a non lasciarsi intimidire perché noi viviamo continuamente – e lo vediamo anche qui nelle discussioni che sentiamo – come vittime di intimidazioni molto spesso pseudoculturali e pseudoscientifiche.

La verità è che noi stiamo andando verso la legalizzazione dell’omicidio. E la legalizzazione dell’omicidio, non corrisponde alle chiese, ai governi, sono tutti discorsi tendenziosi per nascondere la realtà profonda dei problemi. La legalizzazione dell’omicidio va contro la morale naturale, semplicemente la morale naturale, non legata né ai governi, né alle chiese. Ho sentito dire che la vita è un dono: no, la vita è un dovere, la vita è qualche cosa che noi dobbiamo amministrare responsabilmente e non è assolutamente, in base al diritto della libertà di scelta, uccidere i feti che non hanno ancora espresso la loro opinione o uccidere il malato che non è in grado di esprimersi: è uccidere persone sul placet di parenti, di medici o altro? Ma che cosa ne sappiamo noi di che cosa è un uomo?

Quale enigma l’uomo. Chi l’ha detto che l’uomo sia soltanto la salute, l’intelligenza, ecc. Che cosa si cela misteriosamente nei recessi della coscienza e dell’incoscienza dell’uomo? Quindi va assolutamente rispettato. Io credo come Leonida da Taranto, un lirico greco, certamente non cattolico, che affermava che la vita dell’uomo, è un segmento schiacciato da due eternità. Che cosa ne sappiamo se questa vita non sia una continuazione, che non ci siano soluzioni di continuità, in questo ancora più diverso da quello che può essere la concezione cristiana, per cui la vita sembra essere una semiretta, una creazione e l’eternità.

La concezione della vita è una eternità di prima e di dopo, e per quanto riguarda la sofferenza, lasciatemi citare un laico, Saul Bellow, premio Nobel per la letteratura che nel suo romanzo, Il re della pioggia, dice che la sofferenza è l’unico mezzo per spezzare il sonno dello spirito. E come non rileggere con una certa sorpresa, curiosità, meraviglia, la lettera e la preghiera di Blaise Pascal, uno scienziato, non un prete, che parla di come fare buon uso delle malattie, come fare buon uso del dolore, come fare buon uso della morte.

Questa agghiacciante verità, qui anche sostenuta, che sembra venire dall’Olanda, mi fa paura. Nel lasciare questo mondo, sono veramente preso dall’orrore, per questa inesistente Europa. Sono ancora fermo a Lorenzo Valla, che diceva che un’unità nazionale nasce prima di tutto dall’unità della lingua, e quando parlo della lingua, ne parlo anche metaforicamente, quali mentalità lontane, costumi, tradizioni, fede, speranza. Abbiamo visto come sia pericoloso mettere insieme delle Federazioni che non hanno l’unità linguistica, avete visto l’Unione Sovietica che, quando è finito il collante dell’ideologia, è crollata; avete visto la Federazione Iugoslava.

Andiamo verso questa confusione delle lingue e questo continuo, disperato desiderio di giustificare i nostri diritti che non sono più diritti, ma che sono diventate licenze. E non potete negare obiettivamente, nonostante tutte le discussioni, che  sembrano sempre più teoriche, e trionfanti per quanto riguarda il diritto della scelta dell’uomo, il lassismo dei nostri tempi. La cultura della morte è venuta nella vita quotidiana, per un riflesso quasi inconscio: la legge sull’aborto ha significato legalizzare l’aborto, attribuire alla vita una facilità che si può cancellare come si vuole. Tutto questo avviene inconsciamente.

Per quanto mi riguarda non so dunque che cosa ci stia a fare qui: io porto una pietruzza che è quella di una vita vissuta che non ammette nel modo più assoluto, nonostante tutti i bizantinismi che ho sentito, nonostante tutte le distinzioni che sono tutte flatus vocis, come direbbe Abelardo. La realtà è che noi siamo vivi e abbiamo il dovere di vivere ad ogni costo. Io sono abbastanza amareggiato nel vedere la Chiesa accondiscendente, sempre più disposta a facilitare quella che è la pratica religiosa: tutto questo è contrario ai principi, tutto questo significa non essere degli uomini che hanno la possibilità di affermare i propri principi fino alle più estreme conseguenze. Signori miei, la legge dell’Olanda, sicuramente si propagherà in tutta l’Europa, forse in tutto il mondo, ma che volete che vi dica, per me la vita è sacra.
 
  • Dossier: Eutanasia: vita e morte dignitosa (da Quaderni Radicali 73/74/75 Gennaio-Giugno 2001)