Quaderni Radicali

 
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Dare concretezza alla sacralità della vita

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Quello che segue fa parte degli atti di un Forum dal titolo Eutanasia: vita e morte dignitosa che Quaderni Radicali, in collaborazione con l'associazione "Amici di Quaderni Radicali", ha realizzato il 13 dicembre 2000.

Vorrei partire proprio dall’ultimo intervento di Turi Vasile, manifestando innanzi tutto un grandissimo rispetto per la sua posizione. Meno per le sue idee, perché l’unico vero modo per rispettare delle idee, è quello appunto di non rispettarle, cioè di sottoporle a critica. Non lo possiamo fare qui perché temi come il legalizzare l’omicidio o il riferimento alla morale naturale, richiederebbero un discorso molto lungo.
Personalmente sono più ottimista di lui circa il secolo che sta per finire, ma qui è ovviamente una questione di percezione, anche se – tutto sommato – credo che il mondo in cui viviamo, con tutti gli squilibri di cui ci informano i giornali (leggevo proprio oggi che vi sono ancora milioni di bambini che muoiono per il morbillo) è comunque un mondo dove si vive meglio che nel passato, quando si moriva di peste e di tante altre cose.

La verità è che non c’è mai stata un’epoca felice e non lo è neanche questa. Volevo però riprendere un punto dell’intervento di Vasile, là dove ha enunciato una sorta di elogio della sofferenza. È un dato che mi colpisce molto. Il problema di fondo – dovrebbe ammetterlo – sta in una certa asimmetria della posizione: mentre chi, come me e come altri, è favorevole all’eutanasia, è così rispettoso delle posizioni degli altri da dire “chi dalla sua religione è costretto a sopportare qualsiasi abiezione fisica, per amore di Dio, va scrupolosamente onorato nella sua volontà”. Ma pure chi, in un’altra e diversa religione di vita, non vuole offendere la vita con il suo avvilimento, deve essere anch’egli onorato, nella sua altrettanto nobile scelta.

Perché il problema è questo, se volessi banalizzare la situazione, non solo italiana, ma più in generale, riguardo al tema dell’eutanasia: si perde un punto e il punto che si perde è che, nei momenti delle scelte cruciali,  c’è sempre qualcuno che si alza e dice “adesso vi dico io qual è il vostro bene, e non solo ve lo dico, ma persino ve lo impongo”. Questo è stato un po’ quello che si è verificato da moltissimo tempo, non da ora.

Forse può essere utile ricordare che una delle prime volte in cui in Italia e nel mondo si è parlato di eutanasia, è stato nel 1928, con un libro di un giurista italiano, Giuseppe Del Vecchio, che si intitolava Morte benefica. L’autore proponeva non solo di inserire nel codice penale, che si andava allora a discutere e fu poi approvato nel 1930 e che di fatto rimane portante tuttoggi nonostante le modifiche che apportate, la completa “scriminalizzazione”, come si dice in gergo giuridico, dell’eutanasia. Per la prima volta, però, parlava anche (ed è una notizia che pochi sanno) del testamento biologico: vale a dire della possibilità di redigere un documento, la cui validità può essere estesa anche quando il suo estensore non sia più in grado di esprimere direttamente la propria volontà.
Con il testamento biologico si esprime il massimo rispetto ad un principio, che considero talmente sacrosanto da pensare che da lì non si debba più tornare indietro. Mi riferisco cioè al principio di autodeterminazione di fronte ai trattamenti medici; fra l’altro è un principio che ha una protezione costituzionale, nell’art.32, comma 2 della nostra Costituzione.

Prima, il prof. De Nardis parlava dell’assenza della sociologia in questa tematica. Penso che non sia casuale: la sociologia ci offre i dati empirici, e il fatto che sia assente l’ho vissuto anche in prima persona. Infatti, mi occupo di eutanasia dal 1991 e vi ho scritto sopra parecchio, partecipando a diversi dibattiti, anche attraverso Radio Radicale; in molte occasioni abbiamo così sfidato l’Ordine dei medici a fare quel che è stato fatto in Olanda: un’indagine di alto livello, non solo giornalistica, per sapere davvero come stanno le cose, come la pensano i medici, come la pensa la gente. Ebbene, non è stato possibile ottenere questo risultato, perché la mentalità è antica: è esattamente quella che Galilei rimproverava ai suoi tempi agli aristotelici, che si rifiutavano di guardare nel cannocchiale. Lo scienziato pisano li invitava a guardare, ma quelli avevano paura perché sapevano che i dati empirici che potevano scoprire avrebbero completamente sconfitto le loro credenze astronomiche.

Al pari di quelle indiscutibili visioni astronomiche, oggi ci vengono proposte delle credenze morali. Ecco perché è sempre stata assente la ricerca empirica su questi temi. Ciò non è accaduto invece in Olanda, dove  il dibattito su questi argomenti è cominciato già negli anni ’70: per la precisione è iniziato nel 1971, a partire da un famoso caso giudiziario. Al centro della discussione, le posizioni del sinodo della Chiesa riformata e l’associazione medica olandese.
Come faceva rilevare poco fa il prof. Jenre, intorno all’eutanasia è improprio operare una distinzione dicotomica fra laici e credenti. Il problema taglia trasversalmente questi schieramenti, per cui ci sono laici contrari e molti religiosi che si dimostrano invece possibilisti. Nel 1972, il sinodo della chiesa riformata in Olanda elaborò un documento che intitolato Guida pastorale, che è largamente favorevole all’eutanasia persino su posizioni che non sono state neanche recepite dalla legge attuale. Il principio che ispira il documento e che è poi passato nella letteratura del dibattito successivo, è la distinzione – fondata su basi bibliche – tra vita biologica e vita biografica. Nel dibattito più recente, questa distinzione passa come una distinzione utilitarista, perché è stato un filosofo australiano utilitarista James Reche (?), con l’opera La fine della vita umana, a darle notorietà. Tuttavia, non può dirsi di origine utilitarista, in quanto ad utilizzarla fu proprio il sinodo della Chiesa riformata d’Olanda che la riprendeva da un teologo, il metodista Joseph Flecther, che l’aveva già utilizzata in precedenza. Rispetto al problema, la Chiesa olandese si poneva così in un rapporto non impositivo; non chiedeva una legge, ma proponeva semplicemente una guida pastorale per i propri sacerdoti.

L’altro cardine del dibattito fu rappresentato dalle posizioni espresse dall’associazione dei dottori. Ne ho avuta esperienza diretta, allorché ho soggiornato per due mesi in Olanda, nel 1993, proprio quando sia andava elaborando la proposta che oggi è diventata legge. Il confronto tra i medici, di fatto in prima linea su questo fronte, ha chiarito tutta una serie di elementi. Benché probabilmente ancora incompleti, emersero alcuni dati significativi: nel 1991 il 54% era a favore dell’eutanasia, anzi dichiarava di averla anche effettuata; il 34% non l’aveva effettuata, ma  nel caso si fosse trovato in una situazione di quel genere l’avrebbe fatto. Solo il 12% era contrario e di questo 12%, la metà diceva che avrebbe chiamato un collega che non avesse le sue remore morali, mentre solo il 6% diceva di essere completamente contrario.

Riporto quanto ho letto recentemente nella cronaca di un quotidiano. La municipalità di Ginevra ha tolto il veto che era stato introdotto, due o tre anni fa, a che nelle case di cura per anziani di quella città i pazienti potessero ottenere l’aiuto a morire. In Svizzera, senza nessuna propaganda, l’aiuto assistito, in cui non è il medico che compie l’atto, ma dà al paziente il medicinale adatto per compierlo da solo, è già da tempo una realtà. Tre anni addietro, la municipalità di Ginevra sosteneva che ciò non era praticabile nelle case di cura alle dipendenze dirette dello Stato; ora questo divieto è stato rimosso. Si sono resi conto, evidentemente, che era una vera e propria stranezza.

In Italia non siamo riusciti ancora a creare e a far maturare certe condizioni: il dibattito è spesso molto aspro. Quello che stiamo svolgendo oggi è anzi un’eccezione rispetto ai dibattiti a cui sono stato abituato. L’asprezza del confronto è dovuta in primo luogo proprio al fatto che non si è voluto utilizzare lo strumento dell’indagine empirica, come prima accennava il prof. De Nardis. Ci siamo battuti e continuiamo a batterci perché ciò avvenga, così da farci toccare con mano l’esistenza del problema.

Va intanto sfatata una delle obiezioni tradizionali contro l’eutanasia, che prende il nome di “pendio scivoloso”: si comincia da qualcosa che sembra plausibile e poi chissà dove si va a finire. La Commissione Remmeling, che ha operato in Olanda nel 1991 e poi di nuovo nel 1995, ha contribuito a farlo. E purtuttavia, si continua in genere a prefigurare – in caso di accettazione dell’eutanasia – scenari da regime nazista. Andrebbe ricordato che quando i nazionalsocialisti consentirono all’eutanasia, o meglio si diede applicazione al famoso programma T4 per un ordine diretto di Hitler, da lui nemmeno firmato, il terzo Reich non è che si trovasse su un poggio ameno dal quale precipitò nell’inferno: quel regime era già nel precipizio, proprio per il tipo di ideologia di cui era portatore.
La Commissione Remmeling ha dimostrato nelle sue due inchieste come in Olanda non ci sia stato nessuno scivolo su questo argomento. Gli atti di questa Commissione sono pubblici e davvero varrebbe la pena di leggerli prima di pronunciarsi. In precedenza, era stata presentata al Parlamento olandese, una proposta di legalizzazione dell’eutanasia. Fu un piccolo partito dell’opposizione a farlo, ma siccome si ebbe la percezione che su quella legge si stesse realizzando una maggioranza, la coalizione allora al potere, composta da cristiano-democratici e socialisti, per prendere tempo, la bloccò. Si intraprese la via dell’inchiesta conoscitiva, per verificare se si trattasse effettivamente di un problema sociale; nel caso ciò non fosse stato il Parlamento si sarebbe astenuto dall’intervenire su un argomento che riguardava la morale di ognuno.

Bene, l’inchiesta fu fatta ed ebbe una notorietà internazionale. Nessuno ne ha potuto smentire i dati, anche se possono esserci loro differenti letture. Si è toccato, in ogni caso, con mano il problema e si è cominciato a lavorare in questa direzione.
Ho un chiaro ricordo di queste vicende, perché rappresentarono per me lo stimolo a interessarmi di questa problematica. La Consulta di Bioetica, una struttura privata che ha sede a Milano e che si occupa di cercare di favorire il dibattito pluralistico sulla bioetica in Italia, invitò in Italia insieme ad altre organizzazioni cattoliche, il prof. Lois Stuit, un medico cattolico che era ministro della sanità in Olanda mentre si andava elaborando questa legge.

Era il 1993 e facemmo due dibattiti affollatissimi: uno a Modena e uno a Bergamo, nella sala Giovanni XXIII. Ne ho un vivo ricordo: vi partecipò anche l’allora arcivescovo Tonini e altri studiosi. La sera ebbi una lunga conversazione con il ministro olandese, il quale si lamentò con me del fatto che, come al solito, in questi dibattiti c’è sempre qualcuno che alza il cartello “nazisti”. Stoit mi disse – e termino con questo ricordo che è suo, ma anche mio – : “la cosa che mi ha offeso di più non è stato tanto che questo cardinale Tonini, venga qui a dire continuamente ‘questo non si fa, questo è vietato, questo non va bene’, non accorgendosi che così stanno alienando la gente cattolica dalla gerarchia”. Stoit aveva allora circa 80 anni (ora ne ha 90, forse qualcuno in più) e queste furono le sue esatte parole. Egli si rammaricava inoltre di quell’accostamento ai nazionalsocialisti, dal momento che – come lui stesso mi rivelò – quando la Germania hitleriana invase l’Olanda, nel maggio 1940, e ai medici olandesi fu richiesto di prestare giuramento all’Ordine dei medici tedesco, essi si rifiutarono e Stoit era proprio uno di quei giovani medici che organizzarono la rivolta. A margine di quel convegno, mi disse: “ho passato nove mesi in campo di concentramento per queste mie idee; che oggi mi si accusi di nazismo è una cosa veramente assurda”.

Sgomberiamo dunque il campo da questi fantasmi del passato. Personalmente, stento sempre a scendere su questo livello di polemica, però non era un rappresentante di un’agenzia morale, utilitarista o laica, quell’allora nunzio apostolico Pacelli che il 10 luglio 1933 firmò il Concordato tra la Santa Sede e Hitler, dopo che questi aveva spiegato al clero tedesco, ricevendone il pieno appoggio, che cosa intendeva fare con gli ebrei, con i Gitani e così via. Non è meglio chiudere queste pagine del passato e occuparci del presente, invece di far aleggiare sempre sul dibattito sull’eutanasia, nonché su quello che riguarda la possibilità  di sperimentare sugli embrioni umani, il fantasma nazista? Non è meglio cominciare a fare un lavoro serio e concreto? Per una semplice ragione: perché la questione che ci sta di fronte, è soprattutto una questione di libertà e di dignità personale.

Voglio concludere proprio con questa idea: noi non possiamo pensare che ci sia qualcuno che abbia la chiave universale per dirci in che cosa consiste la dignità dell’uomo. È una nozione che si è costruita, che ognuno di noi costruisce. Possiamo pensare che le reazioni che ognuno di noi può avere di fronte al proprio morire possono essere le più diverse. Ci può essere chi accetta ogni sofferenza – ed è giusto che venga onorato in questa sua volontà; si può anche pensare di partecipare attraverso la sofferenza terminale, alle sofferenze di Cristo in croce. Si può pensare che la propria dignità personale non sia limitata dal fatto di vivere attaccato ad una serie di macchine, che vicariano gli organi vitali: a Genova la signora Benzi, mi pare, visse per moltissimi anni in un polmone d’acciaio e trovava la sua una vita degna di essere vissuta. Deve essere onorata in tutto questo.

Tuttavia, ci può essere anche chi può pensare che il modo in cui ha costruito la sua vita, i valori in base ai quali ha inteso costruire la propria vita, questo non ce lo possono togliere. Ci può essere chi è portato a ritenere che continuare a vivere in certe condizioni, sia un’offesa alle cose, ai valori ai quali ognuno di noi ha creduto nel corso della sua vita. Ecco perché io esito a dire che bisogna rivendicare il diritto di morire. No, bisogna rivendicare una intrinseca dimensione dello stesso diritto di vivere con dignità in tutte le fasi dell’esistenza umana: dall’inizio alla fine. È questo il diritto che vogliamo rivendicare; certo qualcuno si lamenta di quest’uso del termine “diritto”, ma il problema è appunto questo, sta in questo diritto o questa facoltà che ora è negata. Io non penso che ci siano ragioni per le quali si debba pensare che, nello stato di una malattia terminale, le persone siano private di ciò in cui esse ripongono la loro dignità.

Non sono disposto a regalare agli altri l’idea della sacralità della vita, che è la prima cosa nella quale credo; ciò che distingue fautori e contrari all’eutanasia non risiede tanto in questo, ma nel modo in cui – nella concretezza delle vicende reali della vita, che spesso le teorie etiche non riescono mai ad esaurire – ognuno di noi manifesta questa sacralità della vita. C’è un bellissimo libro, che consiglio a tutti di leggere, di un autore americano, Ronald Working, tradotto anche in Italia: si intitola Il dominio della vita e riguarda l’aborto e l’eutanasia. Si sofferma proprio su questo aspetto: attenzione, ciò che ci divide, non è la nozione di sacralità della vita, perché ce l’abbiamo tutti questa nozione. A dividerci, è il modo concreto in cui possiamo nella realtà concreta della vita e delle varie vicende che ci si presentano, realizzare questo principio. Anch’io ne sono convinto e penso che la sacralità della morte, la richiesta di una morte dignitosa possa essere interpretata come un aspetto della sacralità della vita.
 
  • Dossier: Eutanasia: vita e morte dignitosa (da Quaderni Radicali 73/74/75 Gennaio-Giugno 2001)