Quello che segue fa parte degli atti di un Forum dal titolo Eutanasia: vita e morte dignitosa che Quaderni Radicali, in collaborazione con l'associazione "Amici di Quaderni Radicali", ha realizzato il 13 dicembre 2000.
C’è stato un passaggio di Neri, nel quale si è voluto richiamare il fatto che sulla sacralità della vita, tutto sommato bisogna anche guadagnare un approccio più sinceramente concreto e in questo caso empirico, affiché poi ognuno attesti e testimoni che significa diritto alla vita, difesa della vita. Questo nostro Paese ha consolidato nel tempo una serie di strumenti, di apparati, identità, immagini anche simboliche, che non sono poi coincidenti con le intenzioni operative fattuali della difesa della vita.
Allora voglio dirvi che adesso vi parlerò, in conclusione, del rapporto tra la pena di morte e l’eutanasia e del perché mi sento assolutamente in grado di poter affermare che questi due aspetti io li vivo da cristiano e da laico convinto, da anticlericale eppure cattolico, con assoluta centralità della mia esistenza, del mio progetto di vita e delle modalità con cui mi piacerebbe interagire col mondo con le persone che mi stanno intorno, sottratte al grumo di ideologia e anche di paranoia che molto spesso paralizza la nostra capacità di essere testimoni di un processo di civiltà democratica, in cui la vita – in quanto sostanziale momento della nostra quotidianità – possa esprimersi in una speranza del mutamento, del cambiamento, di una dignità di esistenza così come può descriversi in questo tempo.
Pena di morte ed eutanasia sono perfettamente presenti nella definizione, nella interpretazione con cui, penso, molti di noi, intravedono una battaglia ad oltranza per il diritto alla vita e per la difesa della vita. Qui ho il dovere di richiamare una sintesi politica: se abbiamo scelto di fare questo forum, lo abbiamo fatto perché, con molta umiltà, ogni volta cerchiamo di prendere e chiamare a raccolta quello che la società, i luoghi e le istituzioni, il mondo accademico produce per tentare – insieme – di dare corpo ad una ipotesi di norme, di eventi, che diano la possibilità al nostro vivere di non confliggere. In sostanza, si tratta di creare le condizioni per cui la norma serva a far sì che il conflitto non divenga violenza, ma sia un modo col quale riuscire a realizzare quelle ipotesi di soluzione in cui tutti trovino le condizioni della propria identità e rappresentatività.
Un processo, questo, oggi fortemente frenato da un’impostazione culturale in cui la norma nasce invece per il controllo e dentro meccanismi culturali e ideologici in cui una élite dominante sceglie il controllo come forma di dialettica. Un atteggiamento che non riguarda soltanto i luoghi accademici, il mondo dell’informazione, ma le istituzioni nel loro complesso; riguarda il modo con cui la norma nasce in questo Paese.
Personalmente ho avuto un’esperienza parlamentare e quello che mi ha colpito, in modo stupefacente, è che non sempre vi è da parte del legislatore la consapevolezza di che significava produrre norme che fossero in grado di governare, di dare risposte di governo ai conflitti possibili; molto spesso vi era una precisa linea di indirizzo col quale si mirava a puntellare e a rafforzare la capacità di dominio di una certa classe egemone.
Vediamo allora perché e come si nutre una battaglia per il diritto alla vita, in questo tempo e nelle promiscuità che comporta, con gli strumenti tecnologici di cui disponiamo, con le frantumazioni che un processo di globalizzazione economica produce in ognuno di noi e come esso si sostanzia, senza quelle espressioni che vogliono avere un carattere emblematico, ma che poi non si traducono in niente di sostanziale.
Benché il suicidio assistito possa sembrare, anche sul piano semantico, una cosa terrificante, noi innanzitutto mettiamo all’ordine del giorno, e lo sentiamo come urgente e immediato, un aspetto che a nostro avviso è fondamentale: è possibile accettare una sorta di degrado fino alla definitiva consunzione? Il caso Englaro serve a dare sostanza a questo dilemma. La giovane di Lecco, solo due anni prima dell’incidente, aveva testimoniato ai genitori di non voler finire nella stessa condizione in cui era finito un suo amico, anch’egli vittima di uno scontro automobilistico, che ancora adesso giace in un ospedale della stessa sua provincia e che non ha nessuna più coscienza di sé, non esiste più. Ormai è un corpo che sopravvive a sé stesso e sul quale si deteminano quelle situazioni che vengono descritte nel linguaggio scientifico come “accanimento terapeutico”.
Mi domando se un uomo cristiano e cattolico, come è Beppino Englaro, quando afferma che va poche volte a trovare la figlia perché non ce la fa ad assistere a quello spettacolo, perché ha dentro di sé un moto di reazione terribile, se bisogna essere, in questo Paese, colpiti personalmente per prendere coscienza che è necessario sottrarsi al grumo delle ideologie e dei dogmi indiscutibili.
I figli di Aldo Moro, condannato a morte dalle Br, vennero a parlare con noi – coi radicali, coi “trattativisti” come eravamo allora definiti dai mass media di regime – quando il loro papà sta per essere assassinato dalla cultura dello Stato etico, da lui stesso prodotto. Purtroppo, in Italia non ci sono i margini per cui lo Stato di diritto può trattare con tutti; il che consente a poche élites dominanti di muovere i propri tasselli per confermare solo la propria egemonia e non per rispondere a domande di vita, di speranza, di mutamento, di quotidianità e anche di qualità della vita stessa.
Ma perché deve accadere soltanto questo? Intanto Beppino Englaro dice delle cose incredibili: l’unica sua figlia, studentessa alla Cattolica, vita della sua vita, è in condizioni disumane, tanto che lui spera che muoia. Il padre è testimone diretto di quello che la figlia gli ha detto. Di questo stiamo parlando, stiamo parlando dei tanti casi Englaro e cioè di situazioni che fissano aspetti non reversibili; non stiamo parlando dell’esigenza di una società che ha a che fare con un popolo bue, da governare e condurre perché altrimenti la sua animalità lo costringe sempre a finire laddove la perversione umana produce il massimo di esplosioni incontenibili.
Si ripete la stessa situazione che si verificò in occasione dell’aborto. Qui, non si tratta di essere fautori dell’eutanasia o morte dolce in quanto tale. Come quando ci occupammo non dell’aborto, contro il quale molti di noi siamo schierati, bensì del dramma dell’aborto clandestino che riguardava 800mila donne, dramma per cui molti fermenti cattolici non parevano affatto interessati. In seguito al nostro impegno, quel dramma divenne oggetto dell’agenda politica.
C’è da chiedersi, a questo punto, perché hanno votato una legge sull’aborto? Perché sono arrivati a votare, come cristiani e cattolici, una legge sull’aborto? Per controllare la donna, per controllare il soggetto, altrimenti avrebbero percorso la via naturale di un processo di depenalizzazione – quello a cui semplicemente puntavamo negli anni ’70 – così da fronteggiare il dramma incombente dell’aborto clandestino. Se davvero si teneva alla vita, si sarebbe dovuto produrre il massimo di azione verso una cultura aliena dagli schemi sessuofobici che conducono anche all’aborto. Non si sarebbe allora ostacolata la cultura della contracezione, che avrebbe favorito questa dinamica e avrebbe contemporaneamente prodotto anche tutti gli altri elementi, compresi quegli ingredienti sociali, che avrebbero messo la società tutta nelle condizioni di una compiuta consapevolezza. Si è preferito invece fare una legge di controllo sulle persone, venendo meno all’imperativo categorico della coscienza cattolica e cristiana.
La verità è che questa è la griglia nella quale si muove la nostra vicenda. La vicenda italiana testimonia – e lo affermo da cattolico e da cristiano, ma anche da anticlericale e da laico – che i valori vanno decodificati rispetto a quelli che ci vengono sistematicamente imposti, dal sistema informativo, dalla cultura egemone, dalle caratteristiche entro cui si consumano molti aspetti. Occorre fronteggiare le storture che ci troviamo a vivere.
Ogni tanto, poi, abbiamo simbolici rappresentanti di posizioni di principio, integri soggetti capaci di portare visioni di giustizia, di legalità, di amore: non voglio dire chi ha pronunciato questa frase, ma se a un certo punto mi trovo a leggere che “bisogna farsi carico di queste sofferenze – e condivido questo passaggio – promuovendo nuovi percorsi assistenziali”, ebbene mi chiedo: la povera figlia di Englaro quali percorsi assistenziali deve vivere? A cosa porterebbe la costruzione di nuove, ennesime strutture parassitarie perché possa sopravvivere un sistema di egemonia e di controllo della società?
Non è opportuno, piuttosto, rispondere ad una domanda umana, reale, concreta di una persona che sta in quelle condizioni, solo di quella persona e non altre? Perché bisogna essere duri contro il tentativo di pensare che il proprio dramma individuale possa consumarsi ricorrendo al suicidio assistito: abbiamo dimenticato quanti furono i medici che erano cucchiai d’oro e poi diventarono improvvisamente obiettori di coscienza?
Vogliamo commentarli questi aspetti? Abbiamo la forza laica di costruire una società civile capace di produrre luoghi di riforma ed avere l’intelligenza delle cose, la coscienza di sé, che si nutra dei valori che si sono insediati nelle identità di ognuno di noi? Siamo noi, con queste identità costruite con questa umiltà, capaci di essere l’elemento rassicurante per scongiurare autoritarismi, percorsi perversi di totalitarismi, percorsi di violenza, oppure si preferisce un sistema definito dentro questi caratteri di arretratezza, di premodernità, perché questo poi consenta, ad una certa élite dominante, di proseguire il proprio percorso di occupazione e di egemonia in quanto tale?
Pure di fronte a un quadro di mutamento così grande che sta accadendo nel mondo – a questo punto margini non ce ne sono più molti, se questo tipo di cultura continua a prevalere, una cultura che conduce inesorabilmente alo scontro violento, perché non ha intelligenza del governo della frantumazione in atto – prodotto dei meccanismi generali, attrezzarsi su questo versante, non significa fare un’operazione di difesa di una posizione. Significa piuttosto allargare l’unico perimetro entro cui lo scontro drammatico del nostro tempo trovaa un percorso di dialettica democratica e non un percorso di conflitto drammatico: questi sono gli aspetti che si stanno descrivendo e il nostro dovere è di costruirne i tasselli, senza rinunciare di una virgola ai valori.
Oggi abbiamo messo in chiaro gli aspetti giuridici, gli aspetti medici. Abbiamo analizzato anche quelli più inquietanti posti dall’accanimento terapeutico, che non ascriviamo a nessuno, a meno che non si riscontri un soggetto che dell’accanimento terapeutico ha fatto il proprio obiettivo per denari e denari di ricerca; o per fare altre operazioni. In premessa non pensiamo che nessuno abbia questa volontà, siamo troppo fieramente legati alla cultura dello Stato di diritto per pensare a finalità di altro genere.
Questi sono gli aspetti, per cui siamo grati a Demetrio Neri e a quanti altri son venuti, che hanno nel tempo costruito una scienza e una coscienza e una intelligenza delle situazioni. Noi proviamo ad essere, è questo l’obiettivo che ci siamo dati oggi, il viatico per far sì che sia possibile una progettualità normativa e legislativa.
Voglio ricordare, anche al mio amico Turi Vasile, che fu collaboratore di Gedda, e che quindi assunse una posizione ferma nel ’48, che si nutre di un dato ideologico, ma che solo ideologico non è tant’è che collabora a una rivista laica come la nostra – bene, voglio ricordare che Gedda, senza che nessun giornale di questo regime ne avesse detto una parola, tre anni fa in un’intervista a «QR» urlò da scienziato a difesa del diritto assoluto dell’autonomia della scienza, dell’autonomia della ricerca, come principio assoluto in uno schema in cui si sta interevenendo per occupare spazi.
Perché soggetti finanziari e queste stesse arretratezze ideologiche rischiano di costituire il fronte attraverso il quale si realizzano posizioni di dominio a danno di processi evolutivi e di crescita. Ma, scusate, perché non dovremmo andare incontro ad un aspetto importante qual è quello che annotavo prima e che riguarda la procreazione assistita, l’embrione e i risvolti della bioetica? Per quale motivo non dovremmo provvedere a intervenire, per poter realizzarne gli esiti sotto controllo?
Si dice: ma l’uomo è perverso, la perversione è dentro di noi. Ebbene, ci batteremo contro la perversione e la violenza del potere, ci difenderemo così come insegnava Gandhi. Al figlio che gli domandava: “cosa succede se ti trovo per la seconda volta a terra, colpito dall’assalto di un gruppo di persone che ti vogliono morto e ti bastonano?”; il nonviolento Gandhi rispondeva: “Intervieni!”. Ed è ovvio che noi stiamo lavorando per costruire altri parametri, ma questo non significa certo essere passivi. Noi non siamo pacifici, né pacifisti; siamo invece non violenti, che è un’altra struttura mentale, concettuale, un altro modo di partecipare con energia alle cose che stanno intorno.
Oggi abbiamo tentato di fotografare una situazione; l’abbiamo fatto con il conforto di quanti hanno operato nel mondo scientifico e con l’ausilio della sociologia, oltre che di altri settori medici, che finora hanno avuto un ruolo marginale nel processo di composizione di un governo degli eventi che ci sono davanti.
Con fermezza ribadiamo che non siamo disposti a lasciare un’oncia di spazio a situazioni che possono avere la tentazione o anche la perversione di farsi prendere la mano dall’euforia della distruzione. Ma la difesa contro la distruzione, non coincide con la difesa di baluardi assolutamente privi di senso logico.
Verrà pure il tempo in cui, con molta umiltà, chiederemo al Vaticano e al Papa che senso ha andare in Africa e parlare di crescita, quando saremo 8 miliardi di persone. Come pensano di affrontare i problemi che riguardano l’immediato futuro? Va fatto con estrema umiltà, consapevoli anche del ruolo fondamentale che questo papato ricopre sul piano simbolico, rispetto ai complessi problemi del futuro e per i quali – proprio nella mia definizione laica – siamo grati a questo Papa.
Ma questo non mi preclude dall’esprimere molti aspetti critici, non tanto rispetto alla sua immagine simbolica, per me esaltante, ma per quelli sottostanti di tutto un residuo di gestione temporale che questo Paese subisce nei suoi ritmi istituzionali. Perché è molto triste che in Italia non si possa avere una discussione corretta, con i mass media anche pubblici che impostino con onestà i termini delle questioni e dove il Parlamento sia finalmente un luogo nel quale si mantenga un livello di civiltà e di approccio scientificamente fondato, come abbiamo cercato di fare noi, oggi, nell’affrontare questi temi.
La verità è che non esistono i margini perché ciò avvenga. Poco fa, dicevo a Emilio Coveri – dell’associazione Exit – di essere convinto che più che a una legge sull’eutanasia, si debba puntare in primo luogo a una sua depenalizzazione. Se vogliamo rappresentarci come soggetto politico, culturale, di progettazione e di programmazione di una iniziativa, che abbia poi uno sbocco forte in termini di consenso popolare sul fronte di questioni come l’eutanasia, depenalizzare costituisce la prima tappa. È un passaggio che va costruito con articolazioni, con grandi processi di definizioni, nonché di scontri con il mondo accademico, con le istituzioni anche solo per conquistare gli spazi ove dar corpo alle nostre iniziative.
Va tenuto conto, infatti, che in questo Paese – per dare luogo a una praticabilità democratica di espressione, per far crescere la consapevolezza e la coscienza dei singoli – bisogna sputar sangue. E non per fare miracoli, ma solo per fare le cose più elementari, perché lo schema dominante è uno schema elitario, piramidale, centralistico e verticistico. Al di là degli schemi di democrazia fittizia che ogni sera ci propinano i nostri maître à penser, i nostri gestori dell’informazione pubblica, questo è lo schema, ed è dentro a questa drammatica configurazione che va costruito un progetto attraverso il quale si dia concretezza non allo scivolamento verso la morte dolce, ma alla capacità di dare risposte al dramma di Englaro, al dramma di tanti di noi, alla possibilità nostra di esere consapevolmente capaci di esprimere una nostra scelta.
Turi Vasile ha ragione quando afferma che una coscienza cristiana, proprio di fronte a quello che lui ha chiamato l’enigma dell’uomo, può rispondere nel modo in cui crede, ma non può neanche pensare di imporre, di avere una propria chiave di lettura dell’enigma. Dove sarebbe altrimenti la tolleranza? Ma altrettanto fondamentale credo sia che Turi Vasile – e con lui tutta una certa cultura – possa affermare in coscienza che, proprio perché l’enigma dell’uomo è un qualcosa di non verificato, è ben giusto che all’individuo sia data una libertà consapevole.
Non può accadere il contrario; non può accadere che poi si creino delle vere e proprie sacche di barbarie, dove a farla da padroni sono il pregiudizio e l’ipocrisia. L’aborto clandestino si nutriva anche di questo: personalmente non avrei mai voluto una legge sull’aborto e da cattolico inorridisco di fronte ad esso. E tuttavia, sono stato tra i primi firmatari del referendum sull’aborto, perché intendevo combattere la piaga dell’aborto clandestino e non ero disposto ad accettarlo. Era un’autentica follia che ciò accadesse, per questo era necessario battersi per favorire una cultura della contracezione, una cultura antisessuofobica, un modo in cui la nostra identità, di uomini e di donne, potesse dare concretezza a un processo di civiltà democratica avanzata.
Questi sono gli aspetti su cui cerchiamo, anche oggi, di indicare una traiettoria. Per ora abbiamo cercato di presentare una prima radiografia della situazione e la collochiamo su Radio Radicale, che ha registrato i nostri interventi e li passerà attraverso la sua programmazione. Fra non molto sarà già disponibile sul suo sito (http://www.radioradicale.it), così da rappresentare un punto di riferimento permanente per quanti utilizzano questo strumento.
Cerchiamo di costruire una prima piattaforma di progettualità su questi temi, tale che si ponga l’obiettivo di arrivare ad una definizione normativa. Per quanto mi riguarda – probabilmente su questo con Coveri polemizzeremo – in questa fase l’azione dev’essere finalizzata a un processo di depenalizzazione, in modo da sottrarre al medico la possibiltà di essere tentato obiettore e contemporaneamente poi praticarla, in modo da poter avere un mercato sul quale operare. È il modo per creare le condizioni con cui certi effetti devastanti, certe tentazioni, non si verifichino.
Insomma la nostra cultura è la cultura empirica e laica, che inorridisce di fronte ai vizi privati e alle pubbliche virtù. Per questo, vogliamo ribaltare la situazione e lo facciamo con il conforto, credetemi molto intenso, di larga parte del mondo cattolico che – come in occasione del dibattito sui diritti civili del divorzio e dell’aborto – ha consentito di dare a questo Paese qualche possibilità di non essere soltanto il luogo di tutti i tormenti che ogni giorno l’agenda e la cronaca ci dettano.
- Dossier: Eutanasia: vita e morte dignitosa (da Quaderni Radicali 73/74/75 Gennaio-Giugno 2001)






