L’insano connubio cattolici-politicaIntervista a TURI VASILE
Ripubblichiamo l’intervista che Turi Vasile rilasciò a «Quaderni Radicali» per il n. 52/53. Sono trascorsi dodici anni, ma il rapporto fra la rivista di Geppi Rippa e lo scrittore siciliano risale ancora più indietro nel tempo. Pur nella diversità di vedute su tanti argomenti, si è trattato di una comunione e di un’amicizia sincera e leale. L’incontro felice tra persone dai valori condivisi, che ha consentito di sviluppare al tempo stesso un proficuo lavoro e realizzare sorprendenti scoperte.
Il colloquio che riportiamo è del 1997: avendolo di fronte, il suo sguardo azzurro che trasmette vivacità e freschezza a dispetto dei capelli bianchi, era la spia della gioia propria di quei cattolici nient’affatto integralisti (né tanto meno di sagrestia) che al centro della loro spiritualità collocano la libertà. Per Vasile, dono divino che esalta l’uomo come tale e che va tutelato da qualsiasi minaccia massificante. Sia questa risultato della sottomissione a ideologie materialiste o della rinuncia da parte della Chiesa a contrastarle. È appunto nella sacralità attribuita all’individuo, autonomo e responsabile, che si è realizzata la massima sintonia con le istanze proprie dei libertari, nelle quali ci riconosciamo.
A chi scrive, poi, l’intervista ha offerto una ragione in più di soddisfazione. Nelle risposte gli è stato infatti possibile riconoscere, adornato dall’eloquio dell’intervistato, il contenuto di conversazioni con persone care. Ed anche per questo è grato a Turi Vasile e all’amicizia che generosamente gli ha regalato.
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Spesso hai dichiarato di non sapere di politica e che, quando te ne occupi, lo fai da dilettante. Però, ai tempi delle elezioni del ’48, il tuo impegno non poteva certo definirsi dilettantesco: vogliamo provare a rievocare quel periodo?
In verità, nel ’48, la mia non fu una militanza politica. Tant’è che dopo le elezioni quell’esperienza non ebbe alcun seguito, benché non fossero mancate attrattive anche piuttosto lusinghiere. In effetti mi si poteva aprire davanti la carriera politica, ma evitai accuratamente di intraprendere quella strada e lo feci per una volontà e una scelta ben ponderate. Né ho mai avuto a pentirmene, perché ritengo che la politica prima o poi finisca inevitabilmente per costringere un uomo a troppi compromessi con se stesso.
Allora io obbedii a una chiamata, a una missione: era il momento in cui il nostro paese poteva essere travolto dal pericolo comunista e mi trovai al fianco di un uomo straordinario, Luigi Gedda. Lo affiancavo sia come capo ufficio stampa dell’Unione degli uomini cattolici e sia come capo dell’ufficio psicologico dei Comitati civici. Comitati che in tre mesi riuscirono a organizzarsi in modo capillare e a dare un contributo decisivo nella lotta anti-comunista. Gedda è stato un grandissimo organizzatore, aveva un carisma eccezionale e noi lo seguimmo con questo preciso intento. Due erano, infatti, le direttrici della nostra propaganda: l’anti-astensionismo e l’anti-comunismo. Che poi quest’ultimo abbia favorito la Democrazia cristiana è un fatto puramente incidentale e non credo di rivelare niente di straordinario dicendo che i rapporti tra Gedda e De Gasperi erano assolutamente gelidi.
Rispetto alla volontà politica del partito, non c’era affatto un rapporto subalterno, né tanto meno di sudditanza. La distinzione era anzi nettissima, come altrettanto netta era la posizione che assumemmo al momento della competizione elettorale. Da un lato temevamo l’astensionismo e, dall’altro, giudicavamo quanto di più deleterio potesse accadere l’eventuale vittoria del Fronte popolare egemonizzato dai comunisti, specie nel momento delicato che vivevamo dopo il disastro della guerra.
Da dove scaturiva una convinzione così forte e sentita?
Lavorando nell’ufficio psicologico, da Gedda che si era consultato con Pio XII e con il sostituto alla Segreteria di Stato che all’epoca era Montini, avevo avuto notizie raccapriccianti circa la situazione dei paesi del comunismo reale. Si trattava di documenti di prima mano che provenivano dalle cosiddette chiese del silenzio, le chiese del martirio. Dalla loro traduzione, risultato dell’attento lavoro di un nostro consulente espertissimo nelle lingue slave, conoscemmo le tragiche condizioni in cui versavano le popolazioni dei paesi dominati dal comunismo.
Quella fu la base, non dico del nostro sentimento di ribellione verso un pericolo che minacciava a valanga l’Italia, quanto contro i soprusi e le violenze in sé che annichilivano del tutto la persona umana: com’era possibile immaginare che un regime capace di efferatezze simili, solo col cambio del fuso orario, assumesse caratteri accettabili? Noi denunciammo tutte queste atrocità e le denunciammo al limite dell’incredibilità. Erano talmente feroci le notizie di cui disponevamo da rendersi disgraziatamente incredibili. Dovemmo attendere il 20° Congresso del Pcus per avere non solo conferma di ogni cosa, ma addirittura un quadro ancor più sconvolgente di quello da noi rappresentato otto anni prima.
Allora il nostro anti-comunismo venne invece dichiarato viscerale per cui la Dc ci presentava come i parenti poveri, di cui vergognarsi. Per anni la Dc ha operato un’emarginazione che ha colpito noi “intellettuali cattolici”. Emarginati due volte: dai comunisti, per ovvie ragioni, e dai democristiani che avevano dato in appalto tutti i problemi della cultura alla sinistra intenti com’erano a occuparsi delle banche...
L’anti-comunismo non trovava perciò motivazione solo in fattori politici e sociali, ma in ragioni più profonde...
Certo. Non era mica dovuto alla paura dei sovietici. Nient’affatto. E d’altro canto, la stessa Azione Cattolica - alla quale facevamo riferimento - era sorta per promuovere un tipo nuovo di militante cattolico, proveniente dal mondo contadino o dai ceti medio bassi, che nulla aveva a che vedere coi notabili clericali di un tempo. Non si trattava, insomma, di difendere uno status sociale o patrimoniale. No, a confronto erano piuttosto due modi opposti di concepire l’uomo. Da un lato avevamo l’appiattimento materialistico che aveva in odio l’individuo e, dall’altro, l’esaltazione della persona che è tale solo in quanto libera di scegliere.
Nel ’48, papa Pacelli lanciò la scomunica nei confronti dei comunisti. Eppure, e non da oggi, il comunismo è spesso percepito quasi come una variante del messaggio evangelico da molti che si dicono cattolici. Come mai?
I primi segni di questa tendenza c’erano già nel ’48: teorico di un cattolicesimo attratto dal comunismo fu ad esempio Franco Rodano. Già nell’immediato dopoguerra, quindi, andava insinuandosi quello che poi avremmo chiamato il dossettismo, tutto proteso verso un’azione politica che intervenga sulla società. Al contrario, noi dell’Azione Cattolica miravamo a cambiare l’uomo, convinti com’eravamo che l’uomo buono crea una società buona. È con questo spirito che ci impegnammo nella battaglia politica del ’48: una volta assicurata la vittoria dell’anti-comunismo considerammo portato a termine il nostro compito e ciascuno si dedicò alla propria professione. Lasciavamo con la speranza che tutto quello che avevamo fatto fruttificasse.
Invece non vi è stata alcuna possibilità di seguito, perché anche nell’Azione Cattolica si è fatta strada questa sorta di attrazione fatale per un’ideologia che non ha nulla a che fare coi princìpi cristiani. Il fenomeno avvalora una mia desolante constatazione: la rivoluzione cristiana, dopo duemila anni o non è cominciata o ha dato soltanto consapevolezza e coscienza puramente teorica, senza mai incarnarsi nella storia come avrebbe dovuto.
Forse la Chiesa è un’altra, forse è solo quella dei primissimi cristiani. In un certo senso una battuta d’arresto al cristianesimo la diede già Costantino. A lui si deve se i cattolici si inserirono nella realtà storica seguendo i binari del potere temporale dei papi. Del processo di secolarizzazione subìto dalla Chiesa fa parte in fondo lo stesso monachesimo che caratterizzò tanta parte del Medioevo: contrariamente a quel che si pensa, infatti, l’asceta, il monaco era molto più incarnato nella storia di quello che sembrava non esserlo. Il che vale anche per una figura di sant’uomo come Dossetti...
Perché?
Voglio raccontare un episodio. Quando, il 15 dicembre scorso, Dossetti è morto ho telefonato a un amico, ex dirigente dell’Azione cattolica dei miei tempi, il quale mi ha detto queste testuali parole: Dio gli perdoni. Allora, ho chiesto: che cosa gli deve perdonare? È un uomo santo, un uomo che con le buone intenzioni ha cercato di creare un progresso della società cristiana... E l’amico mi ha risposto: per quanto riguarda le virtù teologali ha certamente assolto alla fede e alla carità.
Ho riflettuto su queste parole, e cioè sulla terza virtù che era stata lasciata da parte: la speranza. Dossetti ha sicuramente esercitato la carità, così come non possono certo esprimersi dubbi circa la sua fede. Sulla speranza, tuttavia, agisce il pesante condizionamento di una concezione pragmatistica, fondata su un eccesso di ottimismo che è proprio ciò che lo distanzia da come io sento il cristianesimo. Proprio il suo ottimismo, l’ottimismo che il Regno dei Cieli possa realizzarsi sulla terra segna un baratro, un abisso incolmabile fra Dossetti e il pessimismo cristiano, tipico del comune sentire di molti come me. Anche se pessimismo forse oggi non rende come dovrebbe il suo contenuto, contraddistinto da una certa forma di disincanto rispetto alle più immediate occorrenze della vita e che, per l’appunto, si alimenta di speranza. Nel senso, cioè, che questo pessimismo è alla fine l’unico davvero vincente, in quanto proiettato verso un ottimismo definitivo.
Per me il cristiano, quello vero della Rivoluzione cristiana, crede infatti che il Regno dei Cieli possa realizzarsi solo in cielo ma lavora come se esso debba venire domani. Questo è l’impegno che ha sempre caratterizzato la vita dei tanti che si riconoscevano nell’Azione Cattolica dell’immediato dopoguerra.
Al contrario, Dossetti era immerso in un ottimismo storico...
Paradossalmente, dunque, si potrebbe dire che Dossetti trascuri la visione trascendente...
Sì, perché ogni prospettiva è affidata alla città degli uomini, anziché a quella di Dio. Con quali risultati lo vediamo: l’ottimismo dossettiano crede di potersi realizzare attraverso una filosofia puramente materialista e concede così credito a ideologie che hanno prodotto nel mondo orrori inenarrabili e che ancora continuano a moltiplicarsi. Oggi abbiamo al governo gli epigoni di Dossetti, i cosiddetti catto-comunisti, i quali non hanno però il suo spessore culturale, né hanno la sua carità incomparabile. Tuttavia così subiscono questa specie di retorica attrazione dando luogo a quello che davvero definirei un regime: siamo circondati da una politica di oppressione. Se riuscirà a superare il punto morto in cui si trova, dovuto alla sua incapacità, ho la sensazione che durerà a lungo.
Per una strana contraddizione - ma le contraddizioni purtroppo sono e il sale e la maledizione dell’uomo - il monaco Dossetti ha influito, attraverso la prassi dei politici suoi seguaci, su quello che era l’atteggiamento dei cattolici, finendo per favorire l’adorazione del vitello d’oro. Pur partendo da posizioni di apparente ascesi, ha determinato un processo politico puramente materialistico: lo ha indirettamente incoraggiato.
Cosicché ogni attenzione, come dicevi, si è concentrata sulle banche... Ecco, ma al di là dei risvolti immediatamente politici, nell’ambito della Chiesa stessa è manifesta la ricerca ad ogni costo di rapportarsi con la realtà circostante: che ne pensi? Come reagisci alle messe con la chitarra?
Non ho alcuna difficoltà a dire che sono contrario a questa Chiesa che ha paura dei suoi dogmi. Nel momento in cui perfino la scienza mira a dimostrare che l’uomo non discende dalla scimmia, ma addirittura il contrario e va quindi demolendosi scientificamente il mito di Darwin, la Chiesa mostra d’essere indulgente con chi parla di una discendenza dell’uomo dalla scimmia.
C’è un desiderio smodato di accattivarsi l’opinione pubblica, mentre a mio avviso la religione va considerata come una strada stretta, così come del resto ne parla il Vangelo. Si rincorre invece ogni tipo di facilitazione, anche per l’assolvimento dei precetti più insignificanti e banali: che vanno dalla cancellazione delle giornate di penitenza alle comunioni senza digiuno. Tutte facilitazioni che, secondo me, rappresentano un’attenuazione di quello che dovrebbe essere il rigore religioso. In definitiva, non ci resta altro che questo: principi gratuiti, che non hanno nessuna finalizzazione se non quella di essere una sofferenza dello Spirito. La cosa mi immalinconisce molto e mi pare che questa compiacenza sia colpevole...
Rimpiangi la tradizione?
No, la mia non è una nostalgia soltanto tradizionalistica. Anche se qualche volta può capitare anche a me di ricordare con rammarico la celebrazione di una messa in latino. Ma non è questo, non sono affatto un laudator temporis acti: sono il primo a non credere che il passato sia stato perfetto... Il fatto è che ora sento mancare lo spirito di sacrificio. La verità è che la concezione cristiana non comporta un percorso facile e il suo traguardo è sempre più in là di quel che si creda...
Mi sembra di capire che, secondo te, rispetto alla pratica odierna della comunità dei credenti gli insegnamenti impartiti nell’Azione Cattolica di un tempo si collochino su un piano ben diverso. Vorresti dire cosa li caratterizzava?
Avevamo l’illusione - forse assurda, utopistica ma secondo me solo l’utopia è degna di essere considerata - di cambiare l’uomo. Fatto che, di per sé, presenta anche un pericolo perché potrebbe significare violentarlo. A tal fine si possono, infatti, utilizzare i metodi della costrizione, mentre il nostro obiettivo era di cambiarlo rispettandolo. Cambiare l’uomo attraverso la persuasione: in ciò consisteva l’apostolato.
Un altro aspetto importante era la gioia che pervadeva ogni momento esistenziale: servire il Signore in letizia, questo era per noi uno degli slogan ricorrenti. E in effetti c’era una gioia che ora non ritrovo più, nonostante le chitarre. Un’esplosione di gioia...
Fondamentale era poi il senso del peccato, di cui si è persa traccia nella società dei nostri giorni. Il senso del peccato altro non significava che affidare all’uomo la responsabilità individuale della sua salvezza e della sua perdizione. Senza assoggettarlo a quello che è venuto fuori dalla cultura psicanalitica e dai complessi, che deresponsabilizza l’uomo e lo consegna a fattori a lui estranei. I complessi sono sempre dovuti a fatti ambientali, genetici o familiari. L’individuo è stato così totalmente deresponsabilizzato e la Chiesa, a poco a poco, attraverso un’indulgenza eccessiva, ha favorito questo andazzo...
Il peccato è quanto di più drammatico l’uomo possa vivere, ma è anche il segno della sua libertà, della sua assoluta libertà. Proprio Gedda ha lavorato molto in questo senso, visto che da un punto di vista scientifico è uno dei più importanti rappresentanti dell’approfondimento delle teorie di Mendel. Studiando i casi dei gemelli, è riuscito a dimostrare che i condizionamenti durano sino a un certo punto: oltre si erge l’assoluta libertà dell’individuo.
Altro che conservatorismo o reazione: il cattolicesimo per me è la religione della libertà. Dice il Vangelo: non sarai mai tentato al di sopra delle tue forze. Ed è una cosa stupenda, perché se fossimo tentati al di sopra delle nostre forze potremmo essere annientati o salvati indipendentemente dalle nostre scelte. Il Vangelo dice che siamo in grado di fare una lotta alla pari con l’angelo e con il demonio. Possiamo cioè non essere assoggettati a giustificazioni continue, che limitano l’importanza della dignità della persona umana.
Il cristianesimo come religione della persona, in contrapposizione con l’annichilimento determinato dalle ideologie totalizzanti, mi pare tuttavia che vada sempre più sfumando. E sia sostituito da concezioni dedite più che altro a un’azione terrena. Concezioni, a dire il vero, contrastanti con il messaggio pastorale che proviene da Woytila. Come mai questo dissidio quasi mai emerge chiaramente?
Esiste sempre una grande paura di perdere consenso. Inoltre, non va mai dimenticato che la Chiesa resiste da duemila anni ed è sorretta da una forza che ci sfugge. Nella sua storia non sono mancati certo i tempi bui, ma ciononostante sopravvive.
E sopravvive anche lo spirito che l’Azione Cattolica di un tempo cercava di alimentare, sebbene forse sia poco visibile. Io che mi sento arrivato all’ultimo capitolo della mia vita tanto afflitto, dopo aver percorso longitudinalmente i tre quarti di questo secolo feroce, devo dire che mi sembra stia venendo fuori una gioventù in grado di recuperare antichi princìpi e questo mi riempie di speranza. È una sensazione che mi proviene dai contatti occasionali durante le presentazioni dei miei libri in alcune scuole: nei licei vedo dei ragazzi, dai 15 ai 18 anni, i quali - completamente strappati all’influsso del ’68 - vivono in questo momento una crisi benefica, di recupero dei valori che credevamo perduti.
Sono valori che hanno difficoltà ad esprimersi nell’attuale contesto. Senza contare che, su un piano più direttamente legato alla cronaca, si registra sovente l’intervento di esponenti cattolici che propalano ovunque (dai giornali ai varietà televisivi) indicazioni di comportamento che si potrebbero perfino ritenere svianti rispetto a quelli evangelici. Come giudichi, ad esempio, l’enfasi data al perdono pubblico - direi meglio alla sua retorica - o al pentitismo in quanto tale, svincolato da ogni riparazione?
Il problema che hai sollevato è forse uno dei fenomeni più vergognosi dei nostri giorni. Devo dire che la televisione - e lo dice uno che da sempre è assertore della televisione come una necessità e un progresso nell’espressione e nel linguaggio degli uomini - ha amplificato la tentazione dell’esibizionista. Sacerdoti o laici che siano, sempre più spesso ci imbattiamo in pseudo-predicatori o moralisti preoccupati più di carezzare secondo il pelo gli astanti, che non di dire parole sagge e sincere.
È vero che oggi prevale una retorica del perdono: al contrario, il perdono dovrebbe essere una sofferenza dello Spirito. Gratuita e silenziosa, essa appartiene all’intimità. Jacinto Benavente (1866-1954), drammaturgo spagnolo, premio Nobel 1922 della letteratura, diceva che il perdono - così come oggi viene esercitato - presuppone invece un po’ d’oblio, un po’ di disprezzo e molta convenienza. È questo l’inquinamento col quale dobbiamo fare i conti. E che ciò abbia influito sulla natura profonda dell’idea stessa di perdono è dimostrato dal fatto che si è sentito il bisogno di coniare un neologismo orrendo per indicare questo tipo di atteggiamento: perdonismo.
Ancor peggiore è il pentitismo. Il pentimento è il risultato di una sofferenza silenziosa, interiore; mentre oggi è praticato in senso doppiamente utilitaristico. Da un lato per ottenere impunità e vantaggi, dall’altro per compiacere la tesi degli accusatori, i quali hanno bisogno di raffronti essendo incapaci di procurarseli attraverso mezzi propri, cioè appropriati. La giustizia, infatti, ha abdicato al tentativo di arrivare alla verità, in favore della trama, perversa e abbietta, intessuta dai cosiddetti pentiti.
Più volte mi è sorto il sospetto - ma non credo sia solo il sospetto dello spirito loico tante volte attribuito ai siciliani - che essi facciano cadere nella loro rete i giudici. Questi ultimi sarebbero così delle marionette nelle loro mani e vagherebbero all’interno di una realtà virtuale costruita ad arte.
Tempo fa, mi è capitato di citare a «Forum» un’impressionante testimonianza di Giovanni Falcone, oggi compianto da tutti ma quand’era in vita contraddetto e osteggiato tant’è che fu costretto a difendersi davanti al Csm dalle accuse mossegli da Leoluca Orlando. Ebbene, Falcone raccomandava di non fidarsi dei pentiti se non dopo riscontri rigorosi e implacabili e riportava una scena che a molti forse parve quasi insignificante, ma che per me è sintomatica di una situazione raccapricciante. Parlava di due pentiti che avevano ammesso un omicidio e che, durante un interrogatorio a confronto, raccontando la scena dell’omicidio, uno disse: “e a quel punto io sparai”. E l’altro: “no, guarda che sparai io”; “Ah, già è vero sparasti tu”. Una rappresentazione degna del Pirandello più angoscioso che possa esserci.
Hai citato Leoluca Orlando, che forse è uno dei prodotti più emblematici dell’influenza esercitata da certi settori della gerarchia cattolica sulla politica e sulla società italiana. I suoi maestri spirituali hanno contaminato la stessa logica, oltre che disatteso - almeno per quel che ne può capire una persona come me aliena dai sofismi - precetti elementari del cristianesimo. Mi riferisco alla famigerata asserzione sul “sospetto anticamera della verità”, nonché alle tante pietre scagliate in nome di un’anti-mafia parolaia che, proprio con le parole, ha provocato vittime incolpevoli come il maresciallo dei CC Lombardo...
Non viene allora da domandarsi se alla disgregazione morale, tanto spesso denunciata dalla Chiesa, non abbiano contribuito più taluni atteggiamenti manifestatisi in ambito cattolico che non il divorzio o il tanto deprecato laicismo?
È una domanda che tocca un punto nevralgico e che mi spinge su un terreno pericoloso, specie se considero che siamo su una rivista come «Quaderni Radicali». Personalmente penso che quando chi è nella Chiesa abdica al suo ruolo, contribuisce in qualche misura a incancrenire il tessuto dei rapporti umani e sociali. E, come ho detto prima, non è bene che il messaggio cristiano sia piegato alle convenienze materiali o alle necessità di un proselitismo fine a se stesso.
Quanto a Leoluca Orlando, che ritengo essere il risultato peggiore del gesuitismo, verrà giorno che dovrà rendere conto dei danni irreversibili procurati dalla sua filosofia del sospetto. Fra l’altro essa è già punita dal catechismo, dove è rubricata come “giudizio temerario”.
Per quanto riguarda più in generale il processo di secolarizzazione, i cattolici vi si sono confrontati nel 1981 e da quel confronto sono usciti perdenti. Intendo riferirmi al referendum sull’aborto, durante il quale noi cattolici ci siamo contati e abbiamo visto che eravamo in minoranza (32%): eravamo una minoranza che non aveva nemmeno la speranza di essere avvantaggiata dal fatto di esserlo. Eravamo degli anti-conformisti ritenuti conformisti, che è la peggiore delle posizioni.
A rifletterci, ciò è estremamente rivelatore di quello che è stato il nostro travaglio: al contrario della minoranza dei cattolici inglesi che è riconosciuta come tale, a noi capitava di essere considerati maggioranza nel paese. E, forse, in parte era anche vero, solo che di quella “maggioranza” molti, la gran parte assumeva del cristianesimo soltanto ciò che le era più comodo.

